Frida, uno degli autoritratti esposti al Mudec
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A partire da febbraio il Mudec di Milano ospita una mostra storica di Frida Kalho.

Frida Milano: le frasi in un fascio di luce al Mudec
Frida nel fascio di luce al Mudec di Milano (foto @arsela_h___)

Storica perché tra dipinti, disegni e fotografie, sono 200 le opere esposte. E perché esse, collocate in quell’ordine speciale, vogliono andare oltre il mito dell’artista. Tentativo riuscito, pare, dato il successo riscosso finora. A parlare sono le lunghe code alla biglietteria nel fine settimana. Non è strano pensare che sarà così fino a giugno 2018, quando si concluderà l’esposizione. Meglio, dunque, organizzarsi. Il consiglio è di comprare il biglietto online o di scegliere giorni infrasettimanali per la visita. Una volta dentro, resta solo da assicurarsi di avere tempo e calma. La mostra curata da Diego Sileo si deve scorrere lentamente, assaporando ogni piccola parte di una grande Frida.

Frida Kahlo, tra arte e solitudine

Tutti conoscono Frida, anche solo per l’immagine di donna orgogliosa col monociglio. Messicana, artista, forte e dall’anima mediterranea: Frida è riuscita a trovare il sole dentro di sé per sconfiggere (o eludere) il suo grande dolore. Quello della malattia: prima la poliomielite, che le lasciò una gamba più corta dell’altra. Poi un grave incidente, che le causò lesioni alla spina dorsale2. Ancor di più soffrì per amore. Suo marito Diego Rivera, noto artista vent’anni più vecchio di lei, era troppo donnaiolo per esserle fedele. La sua arte, tuttavia, nasce così. Nelle giornate a Casa Azul, costretta in quel letto di riabilitazione dopo numerose operazioni, <la pittura è diventata l’unica ragione per aspettare l’alba>. Poi, più avanti, dipingere si è fatto <un bisogno>, in cui ritraeva se stessa perché <non c’era nessun altro e nient’altro> intorno a lei1. Anche la solitudine è stata una costante nella vita di Frida, nonostante il suo magnetismo. Aveva, infatti, la capacità di attrarre indifferentemente amanti uomini e donne.

Autoritratto con collana di spine, Frida
Autoritratto con collana di spine, Frida Kahlo (foto @arsela_h___)

Donna, terra, politica, dolore

Al Mudec si percepisce una Frida umana e palpabile. Ciò si deve al modo in cui è pensata l’esposizione. Nessun ordine cronologico, ma uno schema perfetto. All’ingresso, un aperitivo necessario per entrare nel personaggio: il fascio di luce con le sue frasi, la proiezione della sua biografia a fumetti, firmati Vanna Vinci. Poi si va alle quattro sale espositive: colori diversi per tematiche che spiegano un lato di Frida, della sua vita. Così si vede che, con i suoi autoritratti e l’uso spietato del suo corpo, rivoluzionò il ruolo della donna nell’arte. E poco importa se i giornali, che si leggono tra i muri verdi della sala, parlano di lei solo indirettamente (“Diego Rivera si sposa”, “la moglie di Rivera, dipinge anch’essa”). Frida, messicana passionale, assorbì l’identità della sua terra, trasmettendola nei suoi quadri3. Dalla stanza arancione, come i colori caldi del Messico, il passaggio alla politica è dunque obbligato (e anche il rosso della sezione). La sua fu una resistenza impegnata, come persona e come attivista, contro le ingiustizie. Fragile nel suo dolore, l’artista fu capace di una resilienza immensa: lo si capisce tra pareti di un azzurro rassicurante, “azul”, come i cieli del Messico, come la sua casa, dove passò molto tempo a letto e con i pennelli in mano.

Le foto del dolore di Frida a Milano
Il busto di Frida: nelle foto al Mudec di Milano il dolore in mostra (foto @arsela_h___)

Raccontare una vita con la fotografia

Corridoi grigi separano le varie sale espositive: sono costellati di foto che portano nell’intimità di Frida. La si conosce bambina negli scatti del padre Guillermo, fotografo. Poi se ne percorre la crescita, con i capelli sempre in ordine, adornati di fiori. Sono corti solo nelle tre foto di Guillermo Davila: aveva rotto con Diego e lo sguardo trasmette il tormento interiore. Corpo martoriato, nascosto da abiti ampi, è nel viso che ripone la bellezza. Volontà che si percepisce dietro la macchina fotografica di Nicholas Muray o dietro quella familiare di Antonio Kahlo. Nelle foto di gruppo si distingue per la capigliatura, che è il groviglio dei suoi pensieri. In altri passaggi scorrono le immagini dell’amore di lei e Rivera, mentre suona una dolce “Diego e io” di Brunori Sas. Alla fine del percorso, arriva la cruda realtà. Dopo essere rimasti estasiati da bellezza, da forza espressiva dei quadri (spesso espliciti, realistici fino a bucare lo stomaco), si passa per l’ultimo ambiente. Qui, un progetto fotografico recente (Graciela Iturbide) offre una panoramica sul bagno di Frida. C’è il suo busto, gli strumenti della sua malattia. Si nota cosa c’era sotto il sorriso, i vestiti, le collane, gli occhi penetranti, più che in “La colonna spezzata”, visto pochi passi prima. Nella sua sofferenza quotidiana si incamera l’artista. E il vento della sua magia brucia sulla faccia: si realizza quanto è grande quello che è stata, che ha creato. Nonostante tutto.1 Pino Cacucci, Viva la vida, Feltrinelli editore, 2014, p. 122 Frida Kahlo, Biografia, dal sito Museo Frida Kahlo3 Pino Cacucci, op. cit., p. 60

La colonna spezzata di Frida Kahlo al Mudec di Milano
“La colonna spezzata” al Mudec di Milano (foto @arsela_h___)
Foto di Frida in bianco e nero esposta a Milano
Un’immagine di Frida in bianco e nero (foto @arsela_h___)
Un'opera di Frida esposta a Milano
Ospedale Henry Ford (il letto volante) di Frida Kahlo (foto @arsela_h___)
nelle frasi di Frida, che si leggono al Mudec di Milano, c'è l'amore e il dolore per Diego
Diego: amore e dolore (foto @arsela_h___)

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