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«Quando sarai a casa» è un romanzo che parla di radici, viaggi, incontri inaspettati e seconde possibilità. Valentina Leone, autrice esordiente ma con una lunga esperienza nel mondo della cultura, ci conduce in un viaggio a bordo di un vecchio camper — “Il Glorioso” — attraverso le vite di due anime smarrite, Latif e Alba, alla ricerca di un luogo che possa davvero chiamarsi “casa”. Abbiamo incontrato Valentina per farci raccontare l’anima di questo romanzo profondo e delicato, nato da una storia vera e intriso di emozione autentica.

1. “Quando sarai a casa” segue due personaggi molto diversi ma accomunati da un senso profondo di smarrimento. Cosa ti ha portata a raccontare proprio le storie di un ragazzo tunisino emarginato e di una donna intrappolata in una vita che non sente più sua?

Tutto ha avuto origine da una frase, che ho detto a un mio studente per fargli togliere i piedi dalla sedia: “guarda che non sei a casa tua!” La frase, sicuramente poco felice, nella mia mente significava “qui siamo nella casa di tutti, questo è uno luogo comune, una scuola statale”. Però è stata interpretata in modo molto diverso, come un rimprovero ad essere qui, nel nostro Paese. Questo sentirsi ospiti indesiderati da parte di quegli stessi ragazzini di origine straniera paradossalmente nati in Italia, mi ha sempre colpito molto. Come insegnante convivo quotidianamente con il loro malessere, le loro difficoltà, anche la loro malinconia di un luogo (il loro Paesi d’origine, appunto), che talvolta nemmeno conoscono. Da qui il collegamento con la protagonista femminile: non c’è bisogno di essere stranieri davvero, per sentirsi “fuori luogo”, infelici nella propria esistenza. Basta una scelta sbagliata, una relazione tossica. Entrambi comunque subiscono una situazione che deriva dal rapporto con gli altri, ma anche da un pigro modo di vivere e affrontare le decisioni: per loro cambierà tutto quando impareranno a cambiare le cose, a non lasciarsi solo trascinare dagli eventi, a decidere in prima persona. 

2. Latif è bullizzato, parla un italiano incerto e sogna un amore impossibile. Eppure ha una forza silenziosa che colpisce. Come hai lavorato alla sua interiorità? Ti sei ispirata a una storia reale, come accennato nella sinossi?

Sì, il suo personaggio è ispirato a uno studente di origine tunisina che ho avuto in classe anni fa. Un ragazzo intelligente, molto ironico, che però a causa del suo italiano stentato non riusciva mai a tirar fuori il proprio potenziale. Questo naturalmente gli ha procurato difficoltà relazionali, oltre che scolastiche. Che è una delle conseguenze peggiori di un percorso migratorio tentennante, per cui la politica – e quindi la scuola – non riesce a trovare soluzioni efficaci. La distanza culturale passa anche attraverso la lingua: senza le parole adatte, non puoi esprimere sentimenti, né positivi, né negativi che siano. Resti un passo indietro e, come diceva Don Milani, perdi delle opportunità.

3. Alba, invece, sembra vivere una prigione fatta di casa bianca, fidanzamento sbagliato e lavoro alienante. Cosa rappresenta per te il personaggio di Alba e quanto della tua esperienza personale c’è nella sua ricerca di libertà?

Alba è una sovrapposizione delle me stesse di epoche passate, ma anche frutto di racconti di amiche che ho visto soffrire per le persone sbagliate. Per la mia esperienza, le donne sono spesso più educate a sopportare atteggiamenti irrispettosi, dalla poca considerazione di compagni disattenti a, nei casi più estremi, umiliazioni e violenze. Lo si fa per non restare sole, per cercare di costruire quel nucleo famigliare che ci hanno insegnato a desiderare tanto, infine per tenerlo unito. Sembra che noi siamo le depositarie del segreto del nido. Invece, questo segreto, prevede innanzitutto la felicità dei singoli componenti della coppia. E la felicità non può essere un “dipiù”, un optional, deve essere la base di partenza per ogni relazione e ogni progetto. A patto però che si sia disposti ad andarsela a prendere, la felicità, a lottare per conquistarla. Alba rappresenta quindi la ricerca della felicità, anche attraverso la ribellione e la decisione di cavalcare antichi sogni.

4. Il camper “Il Glorioso” è molto più di un mezzo di trasporto: è luogo di incontro, cambiamento e rinascita. Quanto è simbolico questo viaggio on the road e quanto ha a che fare con la tua infanzia trascorsa in camper?

Io ho sempre amato il camper, che mi accompagna fin dalla nascita e rappresenta un forte legame con il mio passato e la mia famiglia. Si tratta di un mezzo di trasporto, certo, ma anche un mezzo assolutamente unico di viaggiare e vedere il mondo. Perché dà un’estrema libertà, permette di non fare progetti precostituiti, di vivere con poco, di cavarsela sempre, perché – in un modo o nell’altro – in camper si è sempre a casa. Mi è venuto bene utilizzarlo come metafora, in una storia in cui il concetto di casa non può essere un luogo reale, ma è soprattutto un luogo dell’anima, di ricerca interiore del proprio posto nel mondo. Va anche detto che il camper è perfetto per una comunicazione come quella tra Alba e Latif, che è una comunicazione interculturale: nel romanzo diventa un territorio neutro in cui ciascuno conosce l’altro, attraverso una vicinanza che nessun altro tipo di viaggio può concedere. 

5. Il romanzo parla esplicitamente di seconde possibilità e di libertà. Secondo te, cosa significa davvero “trovare casa”? È un luogo fisico, una relazione, uno stato d’animo? E cosa hai scoperto scrivendo questa storia?

Significa innanzitutto sentirsi bene in un posto, che può essere un luogo, come una situazione, un contesto lavorativo, un progetto che abbiamo in testa. Casa è il luogo in cui ci sentiamo realizzati, o almeno in fase di realizzazione. Forse è anche un modus di vivere, ovvero la decisione di provare a essere felici. Questo può sembrare una banalità, ma spesso ci diciamo cose terribili. L’oppositore, il detrattore che alberga in noi fa di tutto per frenare il nostro entusiasmo. Se gli crediamo, è finita, ci priviamo di ogni possibilità. A costo di sentirsi ridicoli e disperati, a costo di esserlo, bisogna provare. Mettere in moto e partire. Liberarci di quello che ci pesa e diventare la versione di noi che ci piace di più, che ci porta più lontano. 

6. “Quando sarai a casa” è il tuo romanzo d’esordio, ma alle spalle hai già un percorso ricco di scrittura, viaggi, insegnamento e cultura. Cosa ha significato per te pubblicare questo libro e quali sono i tuoi prossimi progetti narrativi? Possiamo aspettarci una nuova storia, magari con gli stessi personaggi o con un’altra coppia in cerca di sé?

Iniziare a scrivere questo romanzo e pubblicarlo è stato il mio personale “mettere in moto e partire”. Perché scrivere è da sempre un mio sogno, una mia ambizione, ma per anni non ho nemmeno osato tentare. Ora so che la scrittura è una parte fondamentale della mia vita e voglio continuare a praticarla, impegnarmi a diventare una scrittrice. Dalla pubblicazione di “Quando sarai a casa” non ho mai smesso di scrivere, o di formarmi in questo campo. Poche settimane fa, ho poi iniziato la continuazione di questa storia, perché i personaggi che mettiamo sulle pagine prendono vita e continuano a parlarci anche dopo. E soprattutto spesso ci mancano e vogliamo andarli a trovare, sapere come proseguono le loro vite. Rimettermi a scrivere di loro qualche anno più tardi mi rende molto felice. Spero sarà lo stesso per chi li ha amati.

Intanto ho scritto un secondo romanzo che prende spunto da una storia vera, un fatto di cronaca avvenuto a Torino, intorno al quale ho costruito due storie che anche questa volta si incrociano. I protagonisti sono due tredicenni e uniscono le forze per superare un dolore che ha smembrato le loro famiglie. 

Ho anche un progetto nel cassetto, un romanzo biografico appena cominciato che per me è una meravigliosa avventura. Anch’esso parla di una donna fortissima e fuori dal comune, la cui vita scorre parallela a un uomo straordinario, che non l’ha saputa amare nel modo giusto.

Sempre a proposito di donne, cito anche un racconto, a cui tengo molto, che farà parte della collana Ritratti di Donne 3 (ed. Morellini, a cura di Sara Rattaro). In uscita a inizio maggio 2025, vi racconterà di una meravigliosa Ida Pfeiffer, viaggiatrice ante litteram che, attraverso il viaggio e la scrittura, ha cambiato la propria vita e quella di molti.

Con “Quando sarai a casa”, Valentina Leone ci ricorda che non è mai troppo tardi per cercare la nostra felicità, anche se ci porta lontano da tutto ciò che conosciamo. Un romanzo di formazione, di rinascita e di viaggio — reale e interiore — che lascia il lettore con il desiderio di mettersi in cammino. Restiamo in attesa dei prossimi capitoli narrativi di questa promettente autrice, certi che continuerà a raccontare storie capaci di toccare il cuore.

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